LA STORIA

 

Il vino a Castell'Arquato e nelle sue vicinanze

Cenni storici testimoniano l'esistenza duemila anni fa a Veleia Romana (a pochi chilometri da Castell'Arquato) di una vera e propria confraternita degli amanti del buon vino, il Sodalizio di Ercole Bibace
Simbolo del sodalizio è il bronzetto di Ercole Bibace (ossia ebbro del buon vino dei nostri colli) scoperto nel 1760 durante i primi scavi archeologici compiuti in Valchero. Nel piccolo basamento si legge una dedica al Sodalizio dei devoti di Ercole composta da Lucius Domitius Secundinus.
Mirella Marini Calvani, per anni direttrice del Museo delle antichità di Parma e degli scavi di Veleia ha confermato di aver controllato una mappa del ’ 700 indicante il luogo esatto del ritrovamento del bronzetto nel portico veleiate voluto da Baebia Basilla dove si aprivano alcune taverne.
Tanti altri dati storici testimoniano la coltura della vite e la produzione dei vini sui colli nella vallata.
Per esempio nell’ottavo secolo il vescovo di Piacenza Giuliano e i suoi successori erano obbligati a dare ogni anno alla basilica di S. Maria Assunta di Castell'Arquato, tra le decime, mezza veggiola di vino per gli altari: indice questo della genuinità e della bontà dei vini della Val d'Arda.
L’obbligo derivava dalla donazione del nobile signore Magno che riedificò e ampliò la chiesa di S. Maria tra il 756 e il 758. La donazione comprendeva la basilica, il castello e numerosi altri beni.
La pieve arquatese, almeno dal Mille al 1262, venne retta da un capitolo di dodici canonici (ridotti a sette nel 1229 dal vescovo Vicedomini Cossadoca) obbligati a risiedere nel chiostro èlebano comprendente celle, dormitorio, refettorio e cantina.
Ai vini di Castell'Arquato fecero onore feudatari e condottieri che si alternarono nel dominio del borgo: Alberto Scoto, i Visconti, il Piccinino, Bartolomeo Colleoni, Tiberto Brandolino da Forlì e gli Sforza di Santa Fiora. Negli Statuti Arquatesi emanati dal Piccinino nel ’400 sono contenute norme per "la vendita del vino", prodotto principale dei colli della Val d'Arda.

Nel XVI secolo Papa Paolo III° Farnese diceva  al suo dispensiere Sante Lancerio

"Castell'Arquato fa vini perfettissimi et è un grande peccato che non sia tutto una vigna"

facendo abbondanti provviste del vino di queste zone.

 

"Del passato gli esperti ci dicono che i nostri antenati coltivavano la vite certamente già duemila anni prima di Cristo. Lo testimoniano viti fossili rinvenute negli scavi che nella seconda metà dell’Ottocento vennero compiuti nelle terramare palafitticole.
Quando, più o meno mille anni dopo, molti fra gli abitanti delle rive del Po popolarono le colline piacentine, piantarono nella vallate vere e proprie vigne.
Vasi vinari sono stati rinvenuti in Valtrebbia e Valnure.
In epoca pre-romana le tecniche applicate dai viticoltori piacentini risentivano di influssi che arrivavano niente meno che dalla Grecia, come dimostrerebbero gli usi delle viti tenute basse, con ceppo ravvicinato e la tecnica tradizionale della potatura forte.
Metodi che dall’Egeo raggiunsero, sia da Est, sia da Ovest non solo la nostra Etruria, ma anche la Gallia cisalpina e gran parte dell’Europa continentale.
Ma certo non mancavano coloro che preferivano seguire i metodi etruschi. Ed in quanto al bere con moderazione, pasteggiando, essi ci insegnano ancora molto.
E da un etrusco-piacentino, l’agricoltore Saserna, del secondo secolo prima di Cristo, abbiamo una testimonianza diretta: alla sua mensa si beveva il “Kilchevetra” un vino di bosco dell’Appennino piacentino.
Gli antichi romani, che in fatto di vino se ne intendevano, anche se allora era indispensabile “correggere” il prodotto della vinificazione, hanno in più occasioni celebrato il vino piacentino. Citazioni ci giungono persino dal Senato romano: Cicerone per controbattere ad argomentazioni del senatore piacentino Pisone, padre di Calpurnia, moglie di Giulio Cesare, non mancò di ricorrere all’ironia, insinuando che il collega beveva calici troppo grandi del vino delle sue terre.
Si importano metodi, ma soprattutto intere popolazioni. E’ il caso dei galli, scesi nelle nostre terre con novità anche in fatto di viti e vino. E’ grazie a loro che in Padania impariamo ad usare la botte di legno. Un sistema di conservazione, oltre che di trasporto che secondo alcuni esperti andrebbe nuovamente diffuso per i nostri vini rossi."

(L. Lalatta dal Supplemento di Libertà "Piacenza, terra di vini")